Silvia Cattafesta, Sociologa e Psicomotricista presso LifeCare Consultorio Carpi e CPR Studio Mantova; Presidente Nazionale APPI, Associazione Professionale Psicomotricisti Italiani (https://www.appi-psicomotricisti.it/); Docente in Psicomotricità, Delegato per l’Italia alla Commissione Ricerca al Foro Europeo di Psicomotricità (http://psychomot.org/). Ogni giorno il mio lavoro mi dà la grande opportunità di incontrare famiglie e genitori con i quali mi capita di confrontarmi sulla loro “idea di psicomotricità”.

Quante volte mi sento dire: “ma io pensavo che la psicomotricità fosse un’altra cosa...” oppure : “io non sapevo che esistesse...”.

Poi vengo sorpresa da considerazioni che mi allietano e che mi fanno pensare di aver scelto la giusta professione: “dovrebbe essere proposta a tutti i bambini, non solo a quelli con difficoltà...”, “mio figlio vorrebbe continuare anche se ha terminato il suo percorso...” o ancora: “ma perché non viene proposta a scuola come disciplina fissa?”.

E poi ci sono i bambini. Quelli che mi chiamano dottoressa, quelli che mi chiamano per nome, quelli che mi chiamano maestra, quelli che mi chiamano tata. Nessuno mi chiama psicomotricista, ovviamente. E quando chiedo loro cosa vengono a fare nella mia stanza di psicomotricità mi danno risposte meravigliose: “vengo a giocare con te”, “vengo a fare giochi divertenti”, “vengo in una palestra che non é una palestra vera perché non ci sono i pesi ma ci sono i giochi”, “vengo a stare bene”, “vengo qui perché così mamma e papà non si preoccupano più per me” (questa é la mia preferita)”.

Mi ritrovo spesso a dover definire, spiegare, puntualizzare cosa sia la psicomotricità e di cosa mi occupo. Ritengo però che queste definizioni spontanee siano le più appropriate e complete.

Uno degli aspetti basilari per noi psicomotricisti che ci occupiamo di età evolutiva é conoscere ciò che percepisce e vive un bambino quando é nella sala di psicomotricità. E comportarci di conseguenza.

L’obiettivo primario del mio lavoro é dunque perseguire il benessere del bambino attraverso le modalità di interazione che gli sono proprie, il gioco e il movimento, fondamenti della psicomotricità. E per gioco e movimento intendo ogni esperienza e investimento che permette al bambino di esprimere la sua globalità, di esprimere sé stesso e la sua condizione. Senza prestare attenzione alla performance o ad aspetti funzionali e quantitativi di essa, ma alla qualità del gioco, del movimento, della relazione, della comunicazione.

In psicomotricità il “corpo in gioco” (G. Gobbi, 2002) del bambino è considerato il mezzo di comunicazione privilegiato col quale egli esprime emozioni, stati d’animo ed eventuali difficoltà. E’ il corpo il principale mezzo attraverso il quale il bambino vive i suoi sentimenti, si relaziona con l’altro e apprende nuove competenze vivendole attivamente. Ma ogni bambino ha un percorso unico e proprio, e modalità e tempi personali nel raggiungere competenze e tappe psicomotorie.

Iniziare dunque un percorso in psicomotricità con un’approfondita osservazione psicomotoria é imprescindibile. L’osservazione psicomotoria é necessaria per comprendere quali aspetti sottostanno all’unicità e alla singolarità di ogni bambino e individuare le esperienze e i percorsi più adatti alla sua crescita armoniosa. Consiste in un colloquio conoscitivo con la famiglia, qualche seduta con il bambino, che consenta di delineare un profilo dettagliato del piccolo e delle sue potenzialità psicomotorie, e un colloquio finale con i genitori per informare loro sulla strategia migliore e sul contesto psicomotorio più adatto al bambino: obiettivi, modalità, tipologia di presa in carico, piccolo o grande gruppo, frequenza, tempistiche.

Nella successiva presa in carico psicomotoria i giochi e le esperienze non sono tanto differenti da quelli fatti quotidianamente da ogni bambino. Si distinguono però per quantità, qualità e finalità. Le tecniche utilizzate, le specifiche modalità relazionali, il setting psicomotorio, favoriscono l’emergere delle competenze, favoriscono l’equilibrio psicomotorio e le relazioni con l’ambiente esterno e con gli altri.

Non esiste gioco senza l’altro e spesso giocare male significa anche non riuscire a rapportarsi con i propri pari o con gli adulti e questo crea ulteriori dinamiche difficili nella quotidianità. La psicomotricità permette allora di reperire tutti gli strumenti per stare nella realtà, per crescere e per auto-determinarsi come individuo.

di Silvia Cattafesta (www.silviacattafesta.it)